Recensione ristorante.
Il luogo comune vuole che la Brianza sia patria di lavoratori, di artigiani, di gente attaccata al vil denaro che non frequenta i concerti, diserta le mostre d’arte e non va nei grandi ristoranti a meno la serata non fornisca l’occasione per ostentare il nuovo bolide gemacht in Crucconia. Forte di questo pregiudizio e di tutto il mio innato snobismo, ho trascorso la mezz’ora di ritardo del mio commensale impegnandomi nel cumendwatching, ed ho scoperto ad esempio che il passo carrabile cessat quando si può parcheggiare la fuoriserie davanti al locale e sfoggiare scarpa pitonata e figlia griffatissima al ristorante. E che importa se qualche disabile dovrà aspettare per entrare. L’immagine è tutta per il cumenda brianzolo I.G.T. , anche quando è devastantemente patetica. Possiamo però dar la colpa ad un ristorante di avere un nome conosciuto in zona? Di essere stellato da lungo tempo? Di avere una location ricca di fascino in una landa dove il concetto di “bello” in edilizia troppo spesso lascia spazio a quello di “pratico”?
