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Recensione ristorante.
Per ogni appassionato di alta cucina, la conoscenza delle idee e della concezione gastronomica di Gualtiero Marchesi ( e di pochi altri come ad esempio Valentino Marcattilii del San Domenico di Imola ) dovrebbe far parte di quel bagaglio di esperienze necessarie per accedere ad una quota importante del patrimonio culturale del nostro paese.

Un piatto come il raviolo aperto, concepito alla fine degli anni ’70 in quel di Milano, in cui un elemento storico del nostro patrimonio gastronomico, il raviolo appunto, veniva destrutturato ed ingentilito dall’aggiunta di spinaci nell’impasto della sfoglia e dalla presenza della capasanta cui fa da squisito contrappunto la presenza speziata dello zenzero, merita ammirazione e rispetto non solo per la riuscita in se, ma soprattutto perchè è il prototipo di tante destrutturazioni presenti oggigiorno ( più o meno necessarie e riuscite ) sui menù di tantissimi ristoranti.
Trent’anni fa, quando solo alcuni suoi colleghi come Ezio Santin a Cassinetta o Paracucchi ad Ameglia o lo stesso Marcattilii a Imola e pochi altri cercavano delle strade diverse nella ristorazione , dove ancora regnava sovrana la concezione italiota del ristorante come luogo esclusivamente deputato allo sfamarsi ed alla mera convivialità , questo Signore pensava , sperimentava, asciugava, nobilitava, puntando dritto all’anima dei sapori. Sapori alleggeriti da inutili orpelli con rigorosa determinazione. Ideando e mettendo a punto piatti che sono rimasti in carta 30 anni e lo hanno fatto diventare un “classico di se stesso” .
Il risotto oro e zafferano, in cui una foglia d’oro 24 carati incorona e sottolinea la perfezione di un risotto da manuale, è una dimostrazione di come il punto di partenza concettuale di una grande cucina debba essere una robusta conoscenza dei fondamentali della tradizione italiana, cosa che tutt’oggi molti chef danno per scontata ma che scontata non è affatto.
E così non mi meraviglio che lui abbia forgiato direttamente o indirettamente una schiera di grandissimi chef italiani tra i quali mi limito a nominare Crippa , Lopriore, Cracco.
Altri piatti pescati dal pozzo dello scibile gastronomico marchesiano: il celeberrimo e recente ( a dimostrazione che la sua mente è tutt’ora fervida) dripping di pesce in cui una maionese funge da base per un mare increspato da moscardini e telline , punteggiato mirabilmente da schizzi di pomodoro, basilico e nero di seppia.
La delicata insalata di spaghetti al caviale ed erba cipollina, il golosissmo e tenero filetto alla Rossini col foie gras, la Saint Honorè, e l’impeccabile torta Sacher. Un must per chi ama la grande cucina toutcourt inserita in una location bellissima come l’Albereta.
In Francia questo attempato Signore sarebbe Senatore a vita…
Qui di seguito , alcuni prezzi praticati all’Albereta:
Dripping 36 euro
Insalata di spaghetti al caviale 75 euro
Raviolo aperto 42 euro
Riso oro e zafferano 38 euro
Filetto alla rossini 60 euro
Saint Honorè 20 euro
Torta sacher 20 euro
Filetto Rossini.

St Honorè

il pregio : un pezzo di storia della cucina italiana: irrinunciabile per ogni appassionato.
il difetto : noblesse oblige , certo, ma i prezzi mi sembrano sproporzionati ed una certa pignoleria fuori luogo sugli orari : alle 14.28 la cucina era già chiusa e mi hanno impedito di aggiungere un’altra pietanza.
Gualtiero Marchesi – L’Albereta
Via Vittorio Emanuele, 11
Erbusco – (BS)
tel (+39) 030 7760562
Numero coperti: 50 – 60
Chiuso : Domenica sera e Lunedì
Prezzi: alla carta : 130 – 200 euro
Menù degustazione : 180 euro
Visitato nell’ Aprile 2009
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Norbert
Tag: Dripping, Erbusco, Gualtiero Marchesi, L'Albereta, Norbert, passione gourmet, Risotto all'oro, Saint Honorè, Spaghetti al caviale


condivido, per un appassionato è una tappa “obbligatoria”. Marchesi è stato la storia della cucina italiana…mi piace meno però l’idea che per rendere omaggio a un grande come Marchesi, al dunque si debba mettere in conto un salasso. Una cucina che, alla fine, oggi vale 16/20 (non siete i soli ad averlo rilevato..) non mi pare meriti un esborso di quelle proporzioni. Alla fine credo che ci andrò ma….mi rompe un pò. Dovrò farmene una ragione! By
onore al maestro!!!
sempre !!!!
Intanto, complimenti per il sito e l’ottimo lavoro che state facendo su questo sito. Mi permetto di dare un consiglio: perché il rapporto qualità/prezzo non viene sviscerato maggiormente nelle recensioni? Eppure, per forza di cose è il ragionamento che tutti facciamo subito: vale la pena spendere tot per un ristorante che riceve x nei giudizi? Il caso di Marchesi, come mi sembra indichino anche i giudizi di tanti altri, indica un rapporto q/p decisamente sconveniente…
Colin, hai ragione!
Il rapporto q/p sarebbe utile sviscerarlo di più ma alla fine leggendo la rece, il voto e la spesa credo che ognuno sia in grado di dare un giudizio.
Il rapporto qualità prezzo è indubbio che sia rilevante.
Poterlo individuare attraverso una recensione altrettanto.
Crediamo però nel ragionamento del lettore: nel senso che in casi estremi di prezzi ( molto alti o molto bassi ) possa essere il lettore a calarsi oppure no in una determinata situazione.
A sua discrezione spendere 500 euro in una Grande Tavola d’Europa riconoscendene il valore, oppure 30 euro in una sincera trattoria, se questo è il desiderio in un determinato giorno.
Quando invece una situazione è palesemente chiara, nel finale delle recensioni, tra il principale pregio o il maggior difetto, troverete le definizioni evidenziate.
E’ giusto il caso di questa, dove il nostro Norbert ha dato giusto peso alla qualità della cucina del Maestro, ma ha pure rilevato un costo “sproporzionato” .
Arriveranno presto dalla Francia altri lampanti esempi sul tema.
Grazie dell’intervento e buona continuazione.
Condivido il giudizio di Norbert. Nella guida “Gourmet 2009″ avevo assegnato al ristorante di Marchesi un più elevato 17, ma nell’ultima visita, in luglio, ho colto una sorta di standardizzazione, sia pure ad alto livello, e un’accentuazione della (forse inevitabile) sensazione di stasi registrata anche in precedenza. Del resto l’ultima vera grande invenzione marchesiana, il “dripping di pesce”, che chissà poi perché lui ha chiamato così, visto che di pesci non ce n’è neppure l’ombra, risale ormai a quattro anni fa.
Devo aggiungere che la mancanza di calore del servizio, formalmente (quasi) ineccepibile, ma come frenato da un singolare alone di provvisorietà (forse anche perché la brigata di sala cambia con eccessiva frequenza), non aiuta.
Tutto questo senza nulla togliere alla storia, all’intelligenza, alla sapienza e al valore – anche attuale – dello chef italiano più importante di tutti i tempi.
Onore al merito certo ma non a questo prezzo , e poi quando esci vai a farti un pizzino perche’ hai ancora fame .. no comment
è stato per me un “punto”di partenza nella mia ristorazione…mi ha dato l’imput ai fornelli. Aldo Colella